
«Sono anni che tentano di chiuderlo. Ora ci sono riusciti!», Questo il commento amareggiato ed anche un po’ incazzato di un cittadino di Mezzolombardo, stamattina, quando ha saputo che stanno per evacuare l’ospedale del suo paese di residenza e nascita. E non è l’unico a fare questa affermazione. In effetti è difficile non collegare alla più volte paventata e temuta chiusura del San Giovanni l’improvvisa decisione della Provincia di evacuare, per motivi di sicurezza, il presidio ospedaliero San Giovanni. Controlli strutturali hanno infatti fatto emergere che i muri portanti sono a rischio crollo. Si tratta della parte vecchia dell’ospedale. Quella nuova, dove ci sono il “Punto di primo intervento” e l’Hospice, non è a rischio crollo. Sarà anche vero che il pericolo esiste, ma certamente questa è una mazzata per chi ha lottato fino ad oggi per mantenere una struttura ospedaliera a Mezzolombardo. Una mazzata che rinvigorisce il pessimismo di chi pensa che il destino del San Giovanni è la chiusura definitiva. Anche se probabilmente (speriamo) il destino del Presidio Ospedaliero San Giovanni di Mezzolombardo non è lo smantellamento della struttura. Sarebbe un’assurdità.
martedì 26 gennaio 2010
l'ospedale di Mezzolombardo
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domenica 10 gennaio 2010
il testamento di Tito
Non avrai altro Dio, all'infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse, venute dall'est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te,
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano
davvero, lo nominai invano.
Onora il padre, Onora la madre
e onora anche il loro bastone;
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone.
quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Il quinto dice "non devi rubare"
e forse io l'ho rispettato
vuotando in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.
Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami, così sarai uomo di fede:
poi la voglia svanisce ed il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore,
ma non ho creato dolore.
Il settimo dice "non ammazzare"
se del cielo vuoi essere degno.
guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno.
guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.
Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino
e scordano sempre il perdono.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri, già caldi d'amore
non ho provato dolore.
L'invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore.
(Fabrizio de Andrè - dall'album "La buona novella" del 1970)
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martedì 5 gennaio 2010
i cigni

Una famiglia di cigni si è da qualche tempo "accasata" sulle acque del torrente Noce, vicino a casa mia. Adoro questi maestosi volatili. Sono lì, dove secondo certe convenzioni non dovrebbero essere perché i cigni non abitano normalmente sul torrente Noce. Sono una stranezza, sotto un certo punto di vista. Il punto di vista di chi ragiona per convenzioni precostituite. Ma loro se ne fregano: sono lì che nuotano maestosi e mettono in continuazione la testa sott'acqua per cercare cibo. Non gliene importa niente se qualcuno si chiede da dove vengono e che ci fanno lì. Chi passa sulla vicina pista ciclabile si ferma ed osserva incuriosito. Loro, i cigni, lanciano uno sguardo distaccato e poi ritornano a scivolare sull'acqua controcorrente e a mettere la testa a mollo. Quando avranno voglia, se ne avranno voglia, se ne andranno come sono venuti. Senza dare spiegazioni.
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giovedì 31 dicembre 2009
il tappezziere dei Thun

MEZZOLOMBARDO. Lo storico negozio Helfer Tendaggi oggi chiude i battenti. Stasera Giorgio Helfer abbandonerà gli attrezzi da lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia. «Non mi sento affatto vecchio, anche perché non lo sono essendo nato nel 1955, ma dopo 41 anni di lavoro ho pensato che era il momento di dire basta – afferma – e dirigere altrove le mie attenzioni ed il mio tempo. Il negozio mi ha dato tante soddisfazioni, ma esiste altro nella vita».
Giorgio ha ereditato il laboratorio artigianale da papà Mario, il quale a sua volta lo ha ereditato da nonno Eugenio Helfer. L’attività principale è stata per molti anni quella di tappezziere e sellaio. Nel laboratorio Helfer, situato in via Garibaldi di fronte al rinomato albergo “Croce d’Oro”, si producevano materassi, si foderavano divani e cuscini e ogni attività tipica del tappezziere, compresa quella di sellaio, ovvero di produzione artigianale di finimenti per cavalli da tiro e da sella.
Giorgio Helfer ricorda con nostalgia quando, lui giovane apprendista nella bottega del papà, vedeva arrivare a bordo della sua carrozza trainata da quattro cavalli il Conte Thun, proveniente dal castello residenza di famiglia a Vigo di Ton. «Entrava nella bottega – racconta - e chiedeva a mio papà di fare dei lavori per lui. Molte delle tappezzerie di Castel Thun sono stati fatti da mio papà e prima da mio nonno. Così anche i finimenti dei loro cavalli. Ricordo che era mio papà a procurare le carrozze al conte. Era un esperto del settore. Le acquistava a nome e per conto suo e poi gliele rifiniva. Io ero un ragazzino, ma mi ricordo questo conte grande e grosso che mi mandava nell’albergo Croce d’Oro ad annunciare che “è arrivato il conte”, per poi presentarsi di persona».
Alla fine degli anni '60 il negozio fu trasferito nell’attuale sede di via Degasperi e lì qualche anno dopo l’attività è passata alla terza generazione. Papà Mario, pur rimanendo a dare una mano, cedette le redini al figlio Giorgio che, sull’onda della necessità dettata dai cambiamenti resi obbligatori dal progresso – di cavalli da agghindare ce n’erano ormai sempre meno ed i materassi vecchi si buttavano, non si rinnovavano più cambiando la lana interna – si indirizzò sempre più sui tendaggi. Nella sua attività quotidiana Giorgio Helfer ha potuto sempre potuto avvalersi dell’apporto della moglie Margherita (Maria Rita) Stringari e, fino praticamente alla sua morte avvenuta qualche anno fa, di papà Mario. Nonché della preziosa collaboratrice Cinzia Micheletti.
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l'infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle
E questa siepe che da tanta parte
De'll ultimo orrizonte il guarde esclude.
Ma sedendo e mirando interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete,
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando; e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e'l suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E'l naufragar m'è dolce in questo mare.
(Giacomo Leopardi)
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mercoledì 23 dicembre 2009
racconto di Natale
Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda - lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli attorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, e non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così freddo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata di vento entrò un poverello in cenci.
“Che quantità di Dio!” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno. “Che bellezza! Lo si sente persino di fuori. Monsignore, non me potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale.”
“È di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.”
“Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”
“Ti ho detto di no … Puoi andare … Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
Don Valentino uscì nella notte, se ne andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.
“Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”
“Ho fretta, amici” rispose lui. Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.”
“Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero fare a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.”
E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.
“Ma cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuol prendersi un malanno con questo freddo?”
“Guarda laggiù, figliolo, non vedi?”
Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.”
“Senti” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.”
“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chissà che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.”
“Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di si.”
“Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino. E nell’attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente.)
Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”
Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?
Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.
“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.
“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”.
(Racconto di Dino Buzzati tratto dal libro "La boutique del mistero". Edizioni Oscar Mondadori)
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lunedì 21 dicembre 2009
avversità
È pesante vivere leggeri
ma indispensabile
per non schiantare
sotto il peso degli eventi
Così
com’è fondamentale
credere
alla fine del mondo
ed al suo inizio
contemporaneamente.
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sabato 19 dicembre 2009
Bellamore
Bellamore Bellamore non mi lasciare,
Bellamore Bellamore non mi dimenticare.
Rosa di Primavera, isola in mezzo al mare,
lampada nella sera, Stella Polare.
Bellamore Bellamore, fatti guardare,
nella luna e nel sole fatti guardare.
Briciola sulla neve, lucciola nel bicchiere,
Bellamore Bellamore, fatti vedere.
E vieniti a sedere, vieniti a riposare,
su questa poltroncina a forma di fiore.
Questa notte che viene non darà dolore,
questa notte passerà, senza farti del male.
Questa notte passerà, o la faremo passare.
Bellamore Bellamore, non te ne andare.
Tu che conosci le lacrime e le sai consolare.
Bellamore Bellamore non mi lasciare,
tu che non credi ai miracoli ma li sai fare.
Bellamore Bellamore fatti cantare,
nella pioggia e nel vento, fatti cantare.
Paradiso e veleno, zucchero e sale,
Bellamore Bellamore, fatti consumare.
E vieniti a coprire, vieniti a riscaldare,
su questa poltroncina a forma di fiore.
Questo tempo che viene non darà dolore,
questo tempo passerà, senza farci del male.
Questo tempo passerà o lo faremo passare.
(dall'album "Canzoni d'amore" del 1992)
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